Io, lui e Terzani
  

Di quel grande e storico amico di famiglia di Sara ne avevo sentito parlare centinaia di volte. Anziano solo nell’età, giovane nel fisico e negli occhi sempre lucidi, saggio. Sapevo della sua cultura che spaziava dalle Serie Tv ai romanzi russi, dal Diritto Internazionale alla programmazione Radio. Poi, per caso, com’è per le cose più belle, Sara mi dice che lui ha conosciuto Terzani, di più, ne è stato quasi un mentore. Scherzi? Devo conoscerlo, tu devi organizzare la cosa.

 

Lo incontro a Lucca, casa della famiglia di Sara e di quel saggio amico misterioso. Sarebbe da scrivere una storia anche solo per raccontare come quel signore sia diventato così tanto amico del papà e della mamma di Sara. Ma questa è Internet, e Internet è veloce, ma chiede di fare piano, una cosa per volta. Quindi non ora.

 

Ha ottant’anni e gliene daresti a malapena sessantacinque. Peserà la metà di me ma ha una stretta di mano che solo alcuni di quell’età hanno più, ormai. Elegante. Sa di Barbour e dopobarba, camicia dentro i pantaloni. Ceniamo in mezzo al verde toscano che già quello ti lega con un filo lungo lungo a Terzani, ormai da qualche altra parte, oltre l’Asia, dal 30 luglio del 2004. Dopo il caffè e circa due ore e mezzo di massime di saggezza che avresti voglia di pagarlo e dire grazie a ognuna, prendo un respiro profondo per farmi coraggio. Mi perdoni, ma devo farlo, Sara mi ha detto di lei e Terzani, me ne potrebbe parlare?

 

Io mi aspettavo un cinque minuti, un paio di aneddoti, anche abbastanza immaginabili e via. E mi sarebbe bastato alla grande, tra l’altro. No. Prende un sorso di una grappa che a me lacrimano gli occhi solo a guardarla, sorride mentre guarda in basso, poi cerca le parole da qualche parte, tra le travi di legno del soffitto. Passa più di tutta l’ora seguente a raccontarmi la sua vita attraverso il filtro di lettura “Terzani”.

 

Io ero assistente all’Università di Pisa, mentre Tiziano – lo chiama così, come fosse figlio suo, e forse un po’ lo è stato – studiava lì e gli mancava poco per laurearsi. Era brillante, sognatore, ma non ribelle. Lui all’università ci stava perché voleva farla, e farla bene. Non come me, che mi aveva costretto mio padre a fare Giurisprudenza. Me lo sono tolto dalle scatole solo quando ho consegnato 280 pagine di Tesi in Diritto Internazionale, per sbattergliela in faccia e andarmene di casa. Lui no, era il primo della sua famiglia a studiare – come ricorda spesso nei suoi libri – ed era un onore e una responsabilità che era felicissimo di portarsi in spalla. Comunque, Tiziano e io stringemmo un bel rapporto, un po’ quello del mentore e dell’allievo, un po’ quello di due amici neanche troppo distanti con l’età.

 

Tiziano, già all’epoca, stava con una bellissima ragazza tedesca, Angela Staude, che aveva conosciuto lì a Pisa. Poco dopo la laurea, volevano sposarsi a tutti i costi, ma di costi potevano pagarsene ben pochi squattrinati com’erano. Io lavoravo già come traduttore in una casa editrice, così, per dare una mano a quei due, chiesi di poter far tradurre alcuni testi dal tedesco ad Angela. Guadagnarono così i soldi necessari per sposarsi e cominciare quella meravigliosa vita che hanno vissuto. Fui invitato per periodi anche lunghi a stare da loro, a Bangkok, così come in Cina e Singapore.

 

Sono poi stato al matrimonio della figlia Saskia, più bella della madre alla sua età, dove lui pronunciò quel discorso meraviglioso divenuto ormai famoso. Ma lì era alla fine, si capiva. Lo chiamavo Il Guru, era diventato una sorta di asceta, di certo era cambiato molto. Lo spartiacque, ovviamente, fu quell’indovino che nel ’76 gli predisse che nel ’93 non avrebbe dovuto prendere aerei. Gli diede retta, e ne uscì uno dei suoi libri più belli – Un indovino mi disse. Da lì cominciò la sua esplorazione dell’Asia come prisma per capire l’animo umano. Inevitabilmente, un po’ si perse nei meandri dello stesso, e a volte mi sembrava perfino buffo. Ma gli ho voluto tanto bene, a Tiziano.

 

Tiziano Terzani ha fatto per una vita quello che io non potrò fare nella mia. Almeno non con i suoi mezzi. Ha vissuto l’epoca d’oro del giornalismo, quella degli inviati con gli elicotteri, all’Hotel Plaza, ai ristoranti stellati. In qualche modo, però, non ne faceva parte, se ne tirava fuori. E andava per strada. Per le strade di Bangkok, per quelle di Phnom Penh, di Singapore, di Hong Kong, ma anche per quelle di Firenze e per i sentieri delle sue colline. È stato fortunato Tiziano – mi prendo la libertà di chiamarlo anche io così, che è emozionante – e non ha mai negato di esserlo stato. Quella fortuna l’ha sfruttata tutta, per regalare pagine dense come il pietrisco dei treni sui quali viaggiava per tutta l’Asia. Dense di Storia, di Politica. Fitte di una letteratura di viaggio che s’ispirava ai grand tour ottocenteschi per raccontare l’avvento della modernità in posti remoti, nel tempo e nello spazio.

 

Non gli dissi mai che a me, quel Terzani lì, quello vestito tutto di bianco e solo di bianco, con barba e capelli lunghi, sempre bianchi, piaceva da morire. Lui, uomo tutto d’un pezzo non ammette distrazioni dall’essere uomini duri con se stessi, fermi sulla razionalità dell’intelletto che, invece, Tiziano aveva volutamente abbandonato nei suoi ultimi anni di vita. Nel suo Ultimo Giro di Giostra, come lui stesso lo chiamò. Le parole di quel matto mi hanno regalato tanta conoscenza, di luoghi, di storie, di uomini e di donne, d’amore, di perdita, di viaggi.