Antonella Cappuccio: essere artisti
 

Antonella Cappuccio, una vera e propria artista a 360 gradi, ha consacrato la sua intera vita al mondo dell’arte. Inizia la sua carriera come costumista per il teatro e poi per la televisione, ma è nella pittura che trova pieno compimento la sua dimensione del fare arte ( è esponente della corrente Nuova Maniera Italiana). Essere artista per Antonella significa essere in sintonia con la sua stessa natura, che non è riuscita a tradire neanche nel suo ruolo di madre, trasmettendo tale amore ai suoi figli, Silvio Gabriele e Laura Muccino, che hanno raggiunto la notorietà dedicandosi al mondo della settima arte.

Ecco la nostra intervista.

Gli esordi della sua carriera artistica la vedono appassionarsi al teatro e al costume: a soli 18 anni diventa costumista Rai. Si ricorda quale sia stato l’abito più divertente da realizzare? E quello più difficile?



Ho avuto giovanissima l’opportunità di lavorare come assistente ai costumi di Maria Baroni Cecchi - all’epoca era ancora possibile far lavorare una ragazza di soli 18 anni. La mia insegnante mi prese a lavorate per il film “I fratelli corsi” dal romanzo di Dumas . La regia era di Anton Giulio Majano, famoso regista della televisione: suoi sono i più noti sceneggiati degli anni ’60- ’70.

Per almeno sette anni ho fatto da assistente a molti costumisti famosi come Maria De Matteis (Guerra e Pace- Verdi- Cristoforo Colombo) , Maurizio Monteverdi (La fortuna di chiamarsi Ernesto - la Cittadella), Danilo Donati (due Canzonissime ) e infine Folco (Studio Uno) .

A questo proposito ricordo che il vestito più fantasioso realizzato da Folco fu per Mina. Da allora la cantante si rivelò come un’ icona singolare che con la sua personalità poteva sostenere le creazioni di moda più fantasiose ed estrose. In particolar modo, ricordo che tali creazioni furono realizzate su idea di Folco dalla sartoria d’Alta Moda Krizia.

 

Sotto molti aspetti la televisione degli ultimi anni ha subito un imperdonabile declino. Gli articolati e complessi costumi di un tempo lasciano spazio a corpi seminudi. Cosa pensa a riguardo?

 


La televisione ha senz’altro subito un progressivo e irreversibile declino a partire dall’ingresso in rete della televisione di Silvio Berlusconi. Questa televisione sedusse il pubblico d’allora con gli spogliarelli dopo la mezzanotte. Con la trasmissione Drive In si iniziarono a vedere le “belle ragazze-conigliette” i cui costumi rivelavano parti del corpo che fino ad allora la censura non aveva permesso di scoprire.

L’immagine del femminile cambiò radicalmente: si proponeva sempre di più la donna –oggetto rigorosamente glamour, sexy, provocante che creava concorrenza ad una Rai decisamente più morigerata.

Per non perdere dunque il suo pubblico, la Rai fece l’errore di entrare in concorrenza con Mediaset; fu così che pian piano sia le immagini che il linguaggio si sono gradatamente banalizzate, involgarite.

La legge era dettata dall’ascolto legato alla pubblicità: poco ascolto, poca pubblicità, pochi soldi per l’azienda…etc.

La pubblicità ha stravolto così qualsiasi forma di spettacolo. Cinema ed altri spettacoli culturali hanno dovuto accettare interruzioni odiose perché la pubblicità era prioritaria. Insomma, è così che la tv è diventata sempre più difficile da godere.

 

Cosa l’ha spinta ad avvicinarsi alla pittura? Cercava qualcosa o qualcosa ha trovato lei?

 

E’ stato nel clima di una minore attenzione alla qualità della cultura di cui parlavo prima che, sentendomi fortemente demotivata, ho iniziato a dipingere.

Avevo in passato sempre desiderato farlo, ma il lavoro prima, la famiglia poi, non mi avevano mai creato le condizioni, finché nel 1968 in Africa, dove rimasi con mio marito per un anno, ebbi la folgorazione sulla “strada di Damasco…”.

Io e mio marito andammo in missione, inviati dalla Rai, per istruire i libici circa le professioni necessarie ad organizzare una loro televisione.

Fu una occasione molto conveniente per noi, sposati da un anno: avevamo il nostro stipendio a Roma, lo stipendio della futura televisione Libica e inoltre una bella trasferta..mica male! Infatti al ritorno in Italia ci siamo potuti comperare il pezzo di terra su cui abbiamo costruito la nostra casa in campagna!

Ebbene, proprio in Libia, iniziai per caso e forse per noia o per gioco a dipingere. A Tripoli conobbi un pittore che mi incoraggiò, ravvedendo nel mio lavoro del talento.

Al nostro ritorno a Roma, le cose in televisione peggioravano ed era sempre più difficile produrre spettacoli di qualità. Così avvenne la mia conversione verso la pittura che riusciva a rendermi felice e a darmi la possibilità di comunicare qualcosa di profondo, di vero, riposto nella mia anima.

Fu così che nacque a poco a poco il mio grandissimo amore per la pittura, un amore che non mi ha mai delusa e che mi ha aiutata a sopravvivere ai molti “spintoni” che si ricevono nella vita.

La mia vita da quando ho iniziato a dipingere è stata raccontata, oserei dire “confessata”, attraverso le immagini che creavo con il solo desiderio di dialogare con i miei figli, di essere conosciuta da loro, prioritari a qualsiasi giudizio esterno.

 

Ha affermato che il colore “va cercato: non si sa subito la temperatura, è sempre una sorpresa”. Quanto è importante il colore nelle sue opere? È complemento della forma o possiamo leggervi un significato a se stante?

 

Il colore in pittura si usa come si scrive in musica: le note musicali si mescolano tra loro componendo una frase, un’ armonia che fa emergere il profondo sentimento che l’autore vuole dare.

Ebbene anche con i colori si fa lo stesso, si cerca di far emergere un’atmosfera, un sentimento. Il colore prende una valenza simbolica rappresentando quasi teatralmente, attraverso l’uso della luce e dell’ombra, il concetto che si vuole esprimere attraverso l’immagine che si è scelta.

Il pittore come un regista pensa all’immagine come al veicolo di un pensiero, ecco perché bisogna “cercare” il colore che determinerà la “dominante” della scena.

Spesso, per esaltare un colore si utilizza un suo complementare, così i colori emergono contrastandosi tra freddi e caldi. Lo scopo finale è raggiungere una sorta di danza di molecole che avvolgerà di volta in volta la “nostra preda”, il soggetto del quadro. Questo vale sia per una figura umana, sia per altro: in ogni immagine bisogna individuare il soggetto protagonista e metterlo in primo piano, poi capire con chi, con cosa dialoga e così via. Proprio come a teatro e in una composizione musicale, laddove esiste il motivo portante ci sono le variazioni, ma il tema è uno.




Sappiamo che ama spesso lavorare accompagnata da qualche aria musicale. Ci dice quali in particolare? Che ruolo ha per lei la musica, nel momento della creazione dell’arte?

 

La musica è fagocitante e spesso di grande aiuto alla creatività perché sollecita, accende e sopratutto aiuta il nostro ingresso nella memoria e nella fantasia.

Il mio musicista preferito è Mozart, ma amo anche ascoltare altri compositori, così come anche la lirica.

 

Lei ha definito la sperimentazione delle tecniche e dei materiali diversi la parte ludica della sua attività. Ebbene vorremmo soffermarci proprio su questo aspetto “ricreativo”: l’Antonella adulta e al lavoro ascolta i consigli dell’Antonella bambina?



L’aspetto ludico in arte è fondamentale. Picasso ha affermato che l’arte è “l’infanzia ritrovata” ! Sottoscrivo e cercherò di spiegare il perché.

Si tratta di una vera e propria necessità in primo luogo perché il bambino, e solo lui, è in profondo contatto con il proprio essere e il gioco per lui è conoscenza del mondo oltre che di se stesso. Il bambino conosce attraverso l’uso delle mani, la manualità e la sensualità servono affinché si possa orientare, e queste prime sue conoscenze sono incantate da uno sguardo aperto, innocente, fiducioso.

In una sola parola lo sguardo dell’artista, del poeta è PURO:

Questa purezza del vedere, del sentire, farà di lui un artista. Certamente quando si cresce il Mondo fa il suo lavoro di disincantamento; le delusioni, i dolori, possono spesso peggiorare il nostro “vedere il Mondo”. È allora che, per bisogno irrinunciabile di contrapporsi a realtà che ci opprimono per la loro vanità, per la loro mediocrità e piccolezza, sentiamo il bisogno di tornare indietro alla ricerca del nostro Eden intimo, del nostro “vedere puro” e ci rivolgiamo all’arte con questo bisogno. Useremo dunque i materiali, i colori, inseguiremo le intuizioni, ci perderemo nelle metafore, ameremo la poesia e alla fine, quando questo avviene, ci accorgeremo che siamo tornati fanciulli, per un po’, mentre “pasticciavamo” con i colori tentando di rendere visibile l’invisibile.



Ricollegandoci alla domanda precedente: di recente ha realizzato una serie di ritratti che raffigurano i grandi personaggi del nostro tempo in età infantile. Fellini, Camilleri, Falcone, Borsellino e Rita Levi Montalcini sono solo alcuni. Questa scelta ci suggerisce quasi che lei creda che ogni genio conserva dentro di sé un eterno bambino. È così?

 


Il mio ultimo progetto è una dichiarazione d’amore a quegli italiani ai quali siamo ancora grati per quanto hanno fatto. Ho cercato contatti con famiglie, fondazioni, biblioteche e altri chiedendo foto “da bambini” di questi italiani tanto importanti.

Ho ottenuto circa 65 foto e ho realizzato a tempera i loro ritratti. È stata una ricerca sentimentale e psicologica oltre che artistica. Immergermi in quei loro volti, quelle espressioni così rivelatrici del loro carattere. Ancora, con fatica, sto cercando un luogo istituzionale in cui presentare le mie opere. Questo mio lavoro è arricchito da pensieri che questi bambini hanno detto e scritto da grandi, a sigillo dei loro valori intrinseci.

I personaggi sono troppi per poterli citare tutti, ma ne indicherò qualcuno: Pirandello, De Gasperi, Pertini, Amendola, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Calvino, Quasimodo, Sciascia, Visconti, Strehler, Falcone, Borsellino, Pasolini e tanti altri ancora.

 

 

L’arte contemporanea tende a confondere lo spettatore, a stupirlo mirando a composizioni sempre più rocambolesche. Il significato delle sue opere al contrario è sempre dichiarato, la sua pittura veicola contenuti realistici. Perché questa scelta?

 

Si, è vero: nell’arte moderna poiché si ritiene di “aver fatto e detto tutto”. Sembra non sia rimasto altro che stupire, confondere, smarrire lo spettatore in un pensiero debole, un po’ nichilista, non seducente, non coinvolgente, bensì aggressivo, arrogante.

Senz’altro questa società troppo veloce ha dimesso la meditazione, l’incantamento, la riflessione. Non c’è più tempo, sempre meno persone leggono poesie, un’elite ormai ha la fortuna di concedersi un momento in silenzio, una solitudine, un raccoglimento, il godimento per ciò che la natura ci offre o semplicemente un tempo a dimensione umana per giocare, carezzare chi amiamo. Ecco perché l’arte, anch’essa annichilita da un tempo sempre più contratto per fermare la nostra corsa, cerca di stupirci e di consumarsi così nel minor tempo possibile. Se l’uomo muore a se stesso, ai propri bisogni primari anche l’arte muore. Siamo in simbiosi: essa ci dice chi siamo diventati, dove stiamo andando e chi siamo stati, sta a noi non smarrirci. Per questo credo fermamente in un’arte forse romantica? E allora,dov’è il problema.



Oggi fare arte è sinonimo di sperimentazione e la pittura, in questo senso, viene usata sempre meno. Si può parlare di “crisi” della pittura? o possiamo sperare che essa muoia e risorga costantemente?



Finché ci sarà un solo essere umano al mondo che crederà nell’amore, l’amore esisterà.

L’arte dunque sarà viva finché l’essere vorrà vivere non per le leggi che regolano la vita, ma semplicemente per la vita in se stessa.

E’ troppo facile trascinarsi nell’esistenza credendosi vittime di questo o di quello, non ci rende possibile la riconoscenza che ci farebbe comunque sentire felici e ci farebbe aderire e godere della bellezza che ci circonda. Credo fermamente in questa bellezza e cerco di esprimerla appunto facendo arte.

 

 

Grazie alla donna Antonella e all’artista Cappuccio e a voi tutti diamo appuntamento alla mostra: vi terremo aggiornati su data e luogo!