Roberto D'Alimonte: Consulta, leggi elettorali, Università
 

Editorialista, politologo, docente universitario internazionale. Roberto D’Alimonte insegna attualmente alla LUISS di Roma “Sistema politico italiano” ed è direttore del CISE.

Lei è stato visiting professor alle università di Yale e Stanford, due tra gli atenei più prestigiosi al mondo. Che differenze vede tra gli studenti e l’organizzazione accademica nostrani e quelli d’oltreoceano?

 

Innanzitutto bisogna distinguere tra Yale e Stanford da una parte e università pubblica e privata in Italia dall’altra. Io ho insegnato sia alla pubblica di Firenze che alla privata di Roma, la LUISS e quest’ultima è  chiaramente più vicina al modello americano. Rispetto all’università pubblica italiana, quella americana è molto più selettiva limitando l’accesso su votazioni dalla scuola media superiore a test molto meglio elaborati e gestiti oltreoceano. Altra differenza fondamentale è la maggiore strutturazione del corso di studi nelle università americane, dove sai quando entri e sai quasi sempre quando esci tanto che più del 90% degli studenti americani dopo quattro anni è laureato, cosa che negli atenei italiani accade con percentuali molto più modeste: qui la LUISS risulta più prossima al livello di strutturazione delle università statunitensi. Inoltre in America vi è molta più attenzione rispetto ai servizi offerti in termini di cura dello studente, altra area dove la LUISS si avvicina di più al modello americano.

 

C’è la sostanziale differenza di tasse universitarie molto elevate per gli studenti statunitensi, nonostante l’efficientissimo sistema delle borse di studio.

 

Certo, le tasse solo altissime ma gli fa fronte, come dicevi, la strutturazione delle borse di studio. A proposito, Stanford si pregia di perseguire una politica di ammissione che loro chiamano blind, cieca: nel decidere chi ammettere non guardano il reddito della famiglia, ma mettono su uno stesso piano gli studenti meritevoli sulla base dei loro criteri di ammissione, e decidono che tasse dovranno pagare gli ammessi solo dopo una scrematura esclusivamente di merito e in funzione della situazione finanziaria delle famiglie. Oltre alle borse di studio vi sono poi i piani personali di aiuto finanziario allo studente: dai prestiti, alla garanzia di un certo numero di ore di lavoro, e ovviamente i contributi a fondo perduto. Infine la differenza a mio avviso fondamentale, è il legame che si instaura tra studenti laureati e Università, un rapporto di fedeltà che porta un’alta percentuale di ex studenti a elargire periodicamente risorse finanziarie all’università. Un legame che si concretizza anche  in un network virtuoso tra ex e neo laureati che vanno a formare una rete sulla quale sia l’università che i nuovi laureati possono contare per informazioni e in molti casi anche per l’inserimento nel mondo del lavoro.

 

Lei è editorialista del Sole 24 Ore ed esperto politologo di fama internazionale. Come avverte il rapporto tra la carta stampata e le dinamiche politiche?

 

Io pur scrivendo su un giornale non sono un giornalista. Vedo comunque alcune criticità nel rapporto tra stampa e politica. Da una parte vi sono i giornali di partito dove la criticità è data dalla inevitabile faziosità di tali testate. Dall’altra i grandi quotidiani nazionali sono comunque legati a mondi imprenditoriali ben definiti: Repubblica è il giornale del gruppo CIR Espresso, Il Sole 24 Ore fa capo a Confindustria, mentre la FIAT è l’azionista di maggioranza relativa della società che controlla il Corriere della Sera che è RCS. C’è da dire però che la rivoluzione che sta avvenendo nel mondo del giornalismo riguarda internet. Oramai tutti i giornali devono fare i conti con la realtà del web, che da un lato presenta dei rischi dall’altro democraticizza l’informazione. Questo spiega perché molte testate, chi più abilmente chi meno, stanno escogitando strategie per sfruttare le opportunità del web. I giornali italiani, secondo me, non hanno ancora trovato la giusta formula per convivere bene con il web trovando al contempo un equilibrio finanziario.

 

Da direttore del Centro Italiano Studi Elettorali, quali sono dal suo punto di vista i principali mutamenti nel sistema di voto dalla Prima Repubblica a oggi? Cosa è realmente cambiato?

 

E’ cambiato che si è passati da sistemi elettorali proporzionali a sistemi maggioritari di varia natura, tanto che, fino alla recente sentenza della Consulta che ha reintrodotto il proporzionale, tutte le formule elettorali che noi usavamo (con l’eccezione di quella per le elezioni europee)   avevano una matrice maggioritaria. Adesso il maggioritario è rimasto a livello sub-nazionale.  Per ora.

 

Per iniziare, può definire nel modo più chiaro possibile in cosa consistono “Porcellum” e “Mattarellum”, che saranno due tra le parole chiave di questa conversazione?

 

Il secondo è un sistema misto fondato prevalentemente su collegi uninominali per cui vince chi ha un voto più degli altri, la formula della maggioranza relativa: 75% quindi di maggioritario con correzione proporzionale del 25%. Nel sistema chiamato “Porcellum” invece non ci sono collegi, bensì liste di partito: gli elettori votano una lista, che tra l’altro è bloccata, e questo voto serve ad assegnare un premio di maggioranza che alla Camera garantisce alla lista di partito o coalizione il 54% dei seggi mentre al Senato il premio viene assegnato su base regionale. La differenza fondamentale quindi è che la componente maggioritaria da una parte è affidata ai collegi uninominali e dall’altra al funzionamento del premio di maggioranza che funziona anche troppo alla Camera e troppo poco al Senato. Ma come dicevo questo sistema è stato cancellato dalla Consulta.

 

La legge elettorale con cui si è votato nelle ultime consultazioni elettorali, il “porcellum”, ha manifestato tutti i suoi lati negativi. Quali sono state, a Suo avviso, le motivazioni in nome delle quali l’on. Calederoli ha redatto tale formula?

 

La riforma del sistema elettorale è stata varata perché in quel momento conveniva al centrodestra che era al governo. Quando Calderoli ha parlato di “porcata” è stato perché sono state (dice lui) apportate delle modifiche che hanno rovinato l’impianto originale della sua proposta. In realtà lo spezzatino dei premi di maggioranza se l’è inventato Calderoli successivamente alla obiezione del Quirinale alla proposta originale che prevedeva l’assegnazione di un premio nazionale anche al Senato.

 

Perchè la Corte ha bocciato il porcellum?

 

Il motivo più rilevante è che il premio di maggioranza viene assegnato indipendentemente dalla percentuale di voti conquistati dalla coalizione o partito che arriva prima. Alle ultime elezioni, Bersani ha preso il 29% dei voti che, in virtù del premio, sono diventati il 54% dei seggi alla Camera. L’altro motivo sono le liste bloccate. Con questa bocciatura la Corte, come ho detto, ha di fatto reintrodotto un sistema proporzionale. Dal mio punto di vista è una decisone grave e rischiosa. In questa fase della sua storia l’Italia ha bisogno di sistemi disproporzionali e non di sistemi proporzionali. 

 

Il Parlamento riuscirà a fare una riforma che superi il proporzionale?

 

Ho forti dubbi.  La voglia di proporzionale è tanta. Il proporzionale è un sistema che fa comodo a molti.  Temo che il gioco dei veti incrociati favorirà il mantenimento del sistema improvvidamente reintrodotto dalla Corte.

 

Si è parlato spesso, soprattutto all’inizio di questa legislatura, di tornare al “mattarellum”. Ha funzionato veramente così bene quella formula, tanto da essere la soluzione ai problemi di oggi?

 

Ha funzionato discretamente e per molti non presenta le criticità che invece caratterizzano il “porcellum”.

 

Questo sicuramente, ma non risulterebbe più ragionevole tentare un passo avanti, piuttosto che uno sguardo indietro?

 

Io ho fatto una proposta che è quella di risolvere il problema della distorsione del premio di maggioranza assegnando tale premio in due turni piuttosto che in uno. Vale a dire, se nessun partito o nessuna coalizione arriva al 40 % dei voti al primo turno le due formazioni più votate vanno al ballottaggio. Penso che in questa fase il modo più efficace per coniugare rappresentatività e governabilità sia quello di assegnare il premio di maggioranza in due turni. Questo è il doppio turno di lista. Ma potrebbe andare bene anche il doppio turno di collegio, cioè il modello francese.

 

Sempre più spesso si parla di un possibile cambio del sistema di governo italiano. Come vede un mutamento in senso Presidenziale del nostro ordinamento?

 

Non lo demonizzo, ma lo vedo in maniera meno favorevole di una riforma del tipo di cui ho parlato che in ogni caso garantirebbe un’elezione diretta de facto e non de iure del Presidente del Consiglio. Ovvero, meglio l’elezione semi-diretta del Presidente del Consiglio mantenendo un organo di garanzia, piuttosto che politicizzare la Presidenza della Repubblica.

 

Quando saranno le prossime elezioni, e chi le vincerà?

 

Non lo so. Dopo la sentenza della Corte credo che sia più probabile che si facciano nel 2015.