Non sono mai andato all’Olimpico, non per vedere la Roma, almeno. Tantomeno la Lazio. Ci sono andato, abbastanza spesso, per vedere la Nazionale di Rugby da quanto è stata presa la pessima decisione di spostarla lì, piuttosto che continuare al Flaminio. Non sono sono mai stato un tifoso sfegatato di calcio. Ho sempre tifato Roma, quello sì. Ho sempre tifato Totti, ovviamente. Non sono, tuttavia, né un integralista dell’uno né un fanatico dell’altro.

 

Non mi arrogo, perciò, il diritto di parlare di un calciatore come Francesco Totti, né della storia calcistica che ha rappresentato per Roma e per l’Italia – e, in un certo senso, per il mondo del pallone. Non voglio correre nella gara del “Io c’ero”, Totti è più mio che tuo. Se stai leggendo, con tutta probabilità questa ipotetica gara, contro di me, la vinci a mani legate e occhi bendati.

 

Non parlarne, però, è impossibile se ieri ci si è messi a guardare le non so quante ore di diretta televisiva dal solo e unico protagonista. Parlerò, quindi, della figura Totti, della persona pubblica Totti, dell’uomo Totti. Parlerò, soprattutto, del fatto sociale Totti.

 

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foto da: goal.com

 

DEFINIZIONI –

È un FATTO SOCIALE qualsiasi maniera di fare, fissata o meno, suscettibile di esercitare sull’individuo una costrizione esteriore, o anche (un modo di fare) che è generale nell’estensione di una data società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali. Emile Durkheim definisce così uno dei più importanti postulati della sua carriera di sociologo. Un fatto sociale, quindi, è un qualcosa che accade oltre la volontà del singolo individuo di una data società. Nel momento che accade è collettivo, condiviso e naturalmente avvertito da ognuno dei presenti.

 

Oggi, grazie alla copertura televisiva e ai social network, il fatto sociale si estende anche agli assenti, la sua “peste emozionale” – altro concetto di Durkheim, da non intendere in senso negativo – arriva sulle bacheche di Facebook di tutti, sui divani davanti alle televisioni di tutti. I fatti sociali, provengono ad ognuno di noi dal di fuori, e sono suscettibili di trascinarci nostro malgrado. Senza dubbio può darsi che - abbandonandomi ad essi senza riserva - non senta la pressione che esercitano su di me; ma essa si palesa quando tento di lottare contro di essi. Quando un individuo tenta di opporsi a qualcuna di queste manifestazioni collettive, i sentimenti che egli nega si rivolgeranno contro di lui.

 

La prova di questo pensiero è lampante proprio grazie ai social. Come accade per qualsiasi evento, su Facebook ci sarà chi commemora, ricorda, ama e piange, chi sarà indifferente e superiore, e chi denigra la necessità di cotanta celebrazione, non ce n’è bisogno, in fondo non se la merita per questo o quel motivo. In un evento come quello di ieri, quei pochi che inutilmente hanno dovuto esprimere il loro parere contrario ai festeggiamenti imperiali per Totti, sono stati sommersi di critiche e linciaggi verbali. Ma, soprattutto, erano pochissimi rispetto a uno tsunami di persone che, chi in un modo chi in un altro, condividevano foto, video, ricordi legati alla loro esperienza di Francesco Totti.

 

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foto da: ilpost.it

 

LACRIME DI CHI –

Se scrivi Totti su Google, escono venti milioni e cinquecentomila risultati. Ieri, dalle cinque del pomeriggio fino a notte inoltrata, almeno la metà di quel numero, erano persone con occhi lucidi che si commuovevano. Puoi odiarlo Totti, puoi non essere d’accordo con la festa che gli è stata organizzata. Non puoi, però, negare la grandezza dei momenti di ieri. Momenti che hanno solamente racchiuso in un pomeriggio venticinque anni di storia. Una storia che è un po’ di tutti.

 

È di mio padre che vedeva poco calcio, ma quando pensa a venticinque anni fa gli viene un sorriso malinconico in faccia. È di mia madre che mio nonno, suo padre, la portava allo stadio da quando Totti era solo un bambino e pure prima, che quando giocava la Roma non potevi parlargli, che ha tutti i cofanetti speciali della Gazzetta su Totti, e me li ha fatti vedere tutti – grazie. È mia, che venticinque anni fa nascevo. È mia, che da Tony il barbiere a Giulio Agricola, i capelli me li devi fare come Totti, fino a quattordici anni – che poi me li facevo fare come qualche All Blacks, perché in fondo ero un coatto.

 

Per me il calcio è sempre stato Totti, per il semplice fatto che qualsiasi partita della Roma abbia visto, c’era Totti con il 10 a giocare. È mia perché avevo nove anni quando, con mio padre e mia madre con la sciarpa e la faccia pitturata, siamo andati prima a Via dei Romanisti che era un fiume di giallo e di rosso, poi in centro, Via del Corso e Piazza del Popolo, dove il popolo era tutto giallorosso, e pure le statue e i leoni e l’obelisco. Per me il calcio è il pallone della Roma dell'anno dello scudetto firmato da tutta la squadra, e da Totti, ovviamente.

 

 

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foto da: il mio giardino

 

AMERICANATE E NO –

Kobe Bryant se n’è andato dopo una carriera simile a quella di Francesco Totti. Se n’è andato in una stagione, la sua ultima, organizzata apposta per fargli fare una passerella in tutta America che lo ha salutato e reso omaggio. Io non la volevo ‘na cosa così, è n’americanata, nun c’entro gnente co quelle cose lì io. Dice così Totti all’intervistatore che gli chiede se gli sarebbe piaciuta una celebrazione simile. Lui, dice, il suo omaggio l’ha avuto quando in quest’ultimo campionato, in trasferta, i tifosi delle altre squadre non lo fischiavano.

 

Totti se n’è andato in una partita dalla posta in gioco milionaria, con una squadra che, come al solito, si mette a fare la squadra seria, con la sua Roma in confusione, già emozionata prima di entrare in campo. Entra e qualche cosa la mette a posto. Quasi segna, ma ci pensa l’amico suo. Poi si vince, alla fine, sofferto, faticoso e pericoloso. Come tutta la carriera sua, come tutta la storia della Roma, eterna seconda d’onore. Eterna storia d’amore.

 

fatto quotidiano

foto da: ilfattoquotidiano.it

 

EPILOGO DI TUTTI, TOTTI –

Totti non ha mai pianto, non così almeno, non davanti a tutta quella gente. Gente che piangeva dall’inizio della partita. La mia ragazza è di Milano, di una famiglia lucchese, non è tifosa di nessuna squadra. La prima lacrima gliela ho vista scendere nel pomeriggio, verso le tre, mentre guardava uno dei tanti video commemorativi postati da qualche amico su Facebook. Quel video l’aveva postato quel mio amico del Quadraro, il quartiere più romanista di Roma, mettendoci pure una bella lettera, poesia, racconto, addio. Uno che sa bene cosa sia la Roma e cosa significhi essere romanisti. Uno che il calcio l’ha giocato per davvero, ma che quando organizziamo le partite di calcetto non viene mai, forse perché a calcio ci ha giocato per davvero. Uno che Totti lo conosce per davvero, che quella gara che dicevo prima, la vincerebbe contro parecchi.

 

Piangeva il secondo portiere Alisson, un omone di non so quanti centimetri, bello come il sole, che ha giocato con Totti solo qualche manciata di minuti. Piangevano tutti allo stadio. Piangevo io a casa, con mio padre e mia madre accanto. Piangeva lui, Totti, ad abbracciare i tre figli belli come lui e la moglie. Piangevano De Rossi e Florenzi, quasi non riuscivano a stare in piedi. Per loro, è stato come un padre, lo si vedeva.

 

Un paio di giri di campo, quattrocento metri faticosi come mai prima. Si ferma spesso a prendere fiato. Legge la sua poesia, scavalcando di tanto in tanto la più piccola della prole, che sgambettava con la maglia del padre addosso. Si congeda dicendo che ha paura, adesso. Anche il carcerato ha paura quando, dopo anni di reclusione, esce di prigione. La sua era una prigione d’oro, fatta di spalti stracolmi e di rovine vecchie di duemila anni. Non ne uscirà mai davvero, ma quella maglia se l’è tolta davvero.

 

Il calcio, si voglia o meno, da oggi è un’altra cosa.

 

repubblica